4) Spinoza. La necessit di una nuova ermeneutica biblica.
Le dispute teologiche erano state alla base delle guerre di
religione. Per la pace e la tolleranza il filosofo si prende
l'impegno di offrire una nuova ermeneutica biblica. L'impresa
parrebbe particolarmente ardua in un campo che vanta specialisti
di gran nome, ma Spinoza parte avvantaggiato perch conosce
l'ebraico e l'interpretazione data alle Sacre Scritture dalla
tradizione del suo popolo.
B. Spinoza, Trattato teologico-politico, Prefazione (pagina 204).

Considerando dunque che il lume naturale  tenuto in dispregio e
anzi da molti persino condannato come fonte di empiet, che le
suggestioni umane son ritenute insegnamenti divini e che la
credulit  presa per fede, che nella Chiesa e nello Stato si
sollevano con appassionata animosit le controversie dei filosofi;
accorgendomi che questo costume genera ferocissime ostilit e
dissidi, dai quali facilmente gli uomini sono portati alla
sedizione, nonch molti altri mali che qui sarebbe troppo lungo
enumerare, ho fermamente deciso di sottoporre la Scrittura ad un
nuovo libero e spassionato esame e di non fare nessuna
affermazione e di non accettare come suo insegnamento nulla di cui
non potessi avere dal testo una prova pi che evidente.

B. Spinoza, Etica e Trattato teologico-politico, UTET, Torino,
1988, pagina 393.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/5. Capitolo
Nove.
5) Spinoza. Il nuovo metodo di interpretazione delle Scritture.
Spinoza espone il suo metodo di interpretazione delle Scritture
mirando soprattutto a risolvere i nodi pi ardui del testo biblico
e anche quelli socialmente pi pericolosi, come le profezie e i
miracoli.
B. Spinoza, Trattato teologico-politico, Prefazione  (pagina 204).

Seguendo questa norma di prudenza ho quindi elaborato un metodo
per l'interpretazione dei testi sacri e, munito di esso, mi sono
posto anzitutto il problema dell'essenza della profezia, della
causa per cui Dio si rivel ai profeti e dei motivi per cui i
profeti furono a Dio accetti, cio se ci sia avvenuto perch essi
concepirono sublimi pensieri su Dio e sulla natura o perch
nutrirono soltanto un profondo sentimento religioso. La soluzione
di questi problemi mi ha permesso di stabilire facilmente che
l'autorit dei profeti riveste importanza solo in ci che riguarda
la pratica della vita e la vera virt; per il resto le loro
opinioni poco ci riguardano.
Chiarito ci, passai a domandarmi quale fosse stato il motivo per
cui gli Ebrei vennero detti eletti da Dio; e una volta assodato
che tale motivo consistette solo nel fatto che Dio scelse per loro
una determinata regione della terra perch l potessero vivere in
sicurezza e con agio, ne trassi l'insegnamento che le leggi
rivelate da Dio a Mos furono semplicemente le istituzioni
giuridiche del particolare Stato degli Ebrei e che pertanto
nessuno se non gli Ebrei ebbe il dovere di accettarle, anzi
nemmeno gli stessi Ebrei sono ad esse vincolati, n lo furono se
non durante il periodo in cui esistesse il loro Stato.
In seguito, allo scopo di determinare se dalla Scrittura sia
possibile dedurre che l'intelletto umano sia per natura corrotto,
ho voluto indagare se la religione universale, ossia la legge
divina rivelata a tutto il genere umano per mezzo dei profeti e
degli apostoli, si diversifichi da quella insegnata a sua volta
dal lume naturale. Volli quindi ricercare se i miracoli si fossero
verificati in contrasto con l'ordine della natura e se essi
valessero a dimostrare l'esistenza e la provvidenza di Dio con
certezza e chiarezza maggiori di quelle offerte da ci che noi
arriviamo a comprendere chiaramente e distintamente attraverso
l'indagine delle cause prime.
Ma in realt negli insegnamenti chiaramente espressi dalla
Scrittura non ho trovato nulla che non fosse in accordo con
l'intelletto e nulla che con esso fosse in contrasto. Inoltre ho
constatato che i profeti non hanno insegnato che massime
semplicissime, tali da essere facilmente intese da ognuno,
adornandole per con uno stile e svolgendole con tali
argomentazioni da far s che l'animo della massa fosse soprattutto
portato alla devozione verso Dio. Mi sono perci fermamente
persuaso che la Scrittura lascia assolutamente libera la ragione e
che essa non ha nulla in comune con la filosofia, appoggiandosi
tanto l'una quanto l'altra a propri fondamenti.
Per giungere ad una inequivocabile dimostrazione a questo riguardo
e per dare una soluzione definitiva dell'intero problema, io
espongo il metodo in base al quale interpretare la Scrittura e
mostro la necessit di trarre da essa sola, e non dalle conoscenze
cui perveniamo con l'ausilio del lume naturale, gli elementi per
il completo intendimento della Scrittura stessa e degli
insegnamenti morali in essa contenuti. Passo quindi ad illustrare
quei pregiudizi che traggono origine dal fatto che l'uomo del
volgo (schiavo della superstizione e amante delle reliquie del
tempo pi che dell'eternit stessa) adora i libri della Scrittura
pi che lo stesso Verbo divino. Dimostro poi che il Verbo di Dio
rivelato non  racchiuso in un determinato numero di libri, ma
consiste in un semplice pensiero concepito dalla mente di Dio e
rivelato ai profeti. Vale a dire: occorre obbedire a Dio col
massimo impegno interiore, coltivando la giustizia e la carit.
Dimostro ancora che l'insegnamento della Scrittura si adegua alla
capacit d'intendere e alle opinioni di coloro ai quali i profeti
e gli apostoli solitamente predicavano il Verbo di Dio, e questo
per ottenere che gli uomini l'accettassero senza avversione e con
pienezza di consenso. Quindi, una volta accertati i fondamenti
della fede, concludo che l'oggetto della conoscenza rivelata altro
non  che l'obbedienza e che pertanto la conoscenza rivelata si
distingue dalla conoscenza naturale sia per l'oggetto che per i
princpi fondamentali e per i mezzi. Queste due conoscenze non
hanno nulla in comune, ma tanto l'una quanto l'altra si mantengono
su piani diversi lungi da ogni possibilit di contraddizione e da
ogni necessit di subordinazione dell'una all'altra. Inoltre,
poich l'indole degli uomini  quanto mai varia e l'uno presta
maggior fede ad un'opinione, l'altro ad un'altra, e ci che spinge
l'uno al rispetto religioso muove l'altro al riso, ne traggo la
conclusione, considerato quanto sopra ho detto, che a ciascuno si
deve lasciare la libert di un giudizio personale e la possibilit
di interpretare i princpi fondamentali della fede secondo le
tendenze della propria personalit. La santit o l'empiet delle
credenze di ognuno va quindi giudicata solo dalle opere. In tal
modo dunque tutti potranno obbedire a Dio in piena libert e
sincerit e solo la giustizia e la carit saranno da tutti tenute
in pregio.
B. Spinoza, Etica e Trattato teologico-politico, UTET, Torino,
1988, pagine 393-396.
